Non manchi “il dormiente” nel nostro presepe


Il pastore che dorme, mentre nelle vicinanze sta accadendo qualcosa di eccezionale,  rappresenta bene coloro che preferiscono il sogno alla realtà; il vivacchiare, il fate voi che va bene, al partecipare attivamente.  Cedono al tepore e al torpore del sonno forse perché stanchi dai mille retaggi della vita, forse impauriti o forse perchè affranti nel fisico.

E’ necessario “il meravigliarsi”, destarsi dinnanzi agli eventi. Svegliare i sensi, spalancando gli occhi per guardare e le orecchie per ascoltare. Nel presepe è anche necessaria la presenza del “pastore delle meraviglie”: il pastore della svolta, di colui che cede per amore e lotta per la verità.

AUGURI!

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Salute: mai senza talismano, un’ossessione per 1,8 milioni italiani

“Dall’abito portafortuna, che diventa una sorta di ‘divisa’ in occasione degli esami, fino al cornetto da appendere al portachiavi, o alla lettura delle carte. Il pensiero magico è diffuso fra gli italiani, che nel 90% dei casi vi ricorrono per controllare l’ansia e cercare di gestire gli imprevisti. Ma talvolta il ‘responso’ di maghi o cartomanti, o il legame con il portafortuna del cuore, finisce per diventare un’ossessione: è il caso del 2-3% degli italiani, 1,8 milioni di persone, ‘schiavi’ di rituali e oggetti-feticcio tanto importati da influenzare la propria vita”. Parola dello psichiatra Tonino Cantelmi, docente di Psicologia dello sviluppo all’università Lumsa di Roma, secondo cui “in tempo di crisi il fenomeno aumenta”. “E questo – spiega l’esperto all’Adnkronos Salute – perché in un periodo di forte incertezza economica cresce la ricerca di sicurezza, di qualsiasi cosa in grado di offrire una speranza, una luce nei momenti bui. Così si sogna la svolta, magari con una vincita al gioco, e si rispettano rituali a cui si attribuisce il potere di influire sulla realtà. Il pensiero magico, infatti – dice l’esperto – è la convinzione che alcuni oggetti o determinate circostanze possano influire sul nostro destino”. Ebbene, il nostro è in generale un popolo scaramantico. “Per fortuna si tratta nella stragrande maggioranza dei casi di forme ‘benigne’: tutti abbiamo un portafortuna, un talismano, un oggetto che usiamo per controllare l’ansia. E sono davvero poche le persone che non gettano uno sguardo all’oroscopo – dice Cantelmi – magari alla vigilia di un evento importante. Il problema scatta quando questi riti finiscono per modificare il nostro comportamento”. E’ il caso “di una celebre donna di spettacolo – riferisce lo psichiatra – che prima di qualsiasi decisione di lavoro o d’amore doveva consultare una serie di cartomanti, finendo per rinunciare a occasioni professionali anche importanti. In questo caso la superstizione, da ‘alleata’ per superare gli imprevisti o chiave di lettura per interpretare eventi o circostanze, è diventata una vera ossessione”. E a fare la differenza non è, secondo lo psichiatra, la cultura. “La superstizione è democratica, come mostra la storia di professionisti, imprenditori o capitani d’azienda che si affidano a guru, maghi e cartomanti. Un atteggiamento trasversale, che affonda la sua radice nel bisogno irriducibile di controllare e di dare un senso alla realtà”.
Dal ferro di cavallo al cornetto scacciaguai, fino ai tarocchi e agli oroscopi, “i giovani della generazione social non sono affatto immuni alla superstizione. Ma, certo, chi ha un atteggiamento più spavaldo in genere si lascia meno controllare da questi talismani. Nella mia esperienza, invece, le donne sono più sofisticate nella scelta del portafortuna”. In generale, poi, “bisogna essere un po’ ossessivi al contrario per non guardare mai, nemmeno di sfuggita, il proprio oroscopo: un ‘rito’ che accompagna la giornata di moltissimi italiani. Che magari ufficialmente non ci credono, ma poi però ‘non si sa mai”.

Fonte: Adnkronos del 02 settembre 2014

 

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Lettera aperta

Lettera aperta agli operatori della comunicazione, agli educatori, alle imprese, alle istituzioni governative, territoriali, economiche, scolastiche, culturali e sociali.

Abbiamo dato vita al Forum “Bambini e mass media”, perché abbiamo un sogno da condividere con chi vuole che i mezzi della comunicazione sociale preferiscano sempre la realtà al racconto irreale, che rischia di imporre l’omologazione di una logica mercantile al senso dell’umano.

Abbiamo il sogno di una comunicazione che abbia coscienza di informare le persone prima che conquistare i consumatori. Abbiamo il sogno di una informazione che sappia dialogare invece che ammaliare e convincere.

Abbiamo il sogno di una comunicazione che usi la manipolazione solo come forma di un contenuto autentico e libero.

Abbiamo il sogno di una comunicazione che illumini il mondo con la bellezza delle parole, consapevole di formare menti e coscienze. Abbiamo il sogno di una comunicazione che si preoccupi della buona educazione sempre.

Abbiamo il sogno di una comunicazione sociale fondata sul rispetto, che sappia rivolgersi a chi ascolta, legge, osserva con l’attenzione che si deve ad ogni persona, e che si ricordi sempre che parlare alla massa significa parlare in realtà ad uno ad uno.

Abbiamo il sogno di una comunicazione sociale che sappia fondarsi sulla fiducia tra le persone e rivolgersi alla intelligenza di ognuno contemporaneamente ai sensi e all’emotività. Una comunicazione che sia immagine e parola di verità  e, quindi, riflessione critica e considerazione.

Abbiamo il sogno di una comunicazione sociale che non urli, che ci alieni dalla fretta e dalla improvvisazione, che sappia cercare e trovare le parole giuste per raccontare anche l’orrendo e l’irraccontabile.

Abbiamo il sogno di una comunicazione sociale che guardi al futuro con speranza, prestando attenzione all’umano.

Abbiamo il sogno che di questi temi si parli più spesso non solo tra gli addetti ai lavori, né tantomeno per dettare regole, il più delle volte disattese.

Abbiamo bisogno che nel tam tam mediatico e crossmediale i bambini e gli adolescenti siano la stella polare del linguaggio che si usa, perché sono fruitori-protagonisti come gli altri (se non più degli altri) e hanno diritto a conoscere, capire, interpretare, essere educati e formati ad essere cittadini del mondo, giusti e veri.

Firma la petizione: https://www.change.org/it/petizioni/operatori-della-comunicazione-educatori-imprese-e-istituzioni-dare-vita-ad-una-rivoluzione-culturale-che-riconosca-primario-il-diritto-di-bambini-ed-adolescenti-ad-essere-considerati-persone-protagoniste-del-mondo-digitale-crossmediale

La prima riunione pubblica del Forum “Bambini e mass media”  avverrà martedì 3 giugno nell’Aula Magna del Università degli Studi di Bari. 

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Carnali e virtuali? I pericoli e le opportunità della rete nelle relazioni sociali

Padre Maurizio Botta, dell’ufficio pastorale di Roma, organizza da tempo “Cinque Passi al mistero”, una serie di catechesi portata avanti con accostamenti spigolosi e con capacità di mobilitare l’immaginazione con una comunicazione intelligente. Il 14 febbraio il tema è “Carnali virtuali” e si svolgerà presso la Chiesa Nuova, nel cuore dell’Urbe. Ma in cosa consiste? Aleteia glielo ha chiesto.

Botta: C’è una sovrabbondanza di virtualità e ci è sembrato utile fare una riflessione. Ad esempio la gelosia, come cambia? La volontà di controllare gli altri esiste da sempre, ma il livello di controllo – con i mezzi che abbiamo in mano – oggi è infinitamente più grande. Ecco che “Carnali virtuali” diventa un accostamento necessario, perché siamo sempre più desiderosi di incontri e di veridicità nei rapporti e contemporaneamente così immersi nel virtuale.

I giovanissimi sembrano i più corrispondenti a questo identikit…

Botta: Oggi i giovani non sono liberi, sempre controllabili dai genitori che li possono sempre controllare. Vanno in giro con il braccialetto elettronico…

C’è una adolescenza diversa oggi, cosa possiamo fare per aiutarli a vivere la rete?

Botta: Bisogna avere le caratteristiche del “navigatore”. Una volta il navigatore era un personaggio straordinario: forti, capaci di rinunce, capaci di governare una nave e di mantenere al disciplina. Quella su internet è una navigazione vera. Abbiamo bisogno di uomini di questo tipo, dobbiamo formare persone capaci di gestire questo mezzo potentissimo, di governarlo…

Ma per la “generazione digitale” e non solo, che cosa implica la rete e i suoi contenuti. Abbiamo chiesto la consulenza di un esperto di dipendenza da social network: il dottor Tonino Cantelmi, Professore Incaricato di Psicopatologia presso l’Istituto di Psicologia dell’Università Gregoriana, è titolare dei corsi di: “Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione” e “Psicopedagogia della Devianza e della Marginalità minorile” presso la LUMSA Roma.

Il mondo dei social network che tipo di trasformazione sta producendo nei rapporti interpersonali?

Cantelmi: Al netto degli amici su FB, del followers su Twitter, degli innumerevoli post e delle caterve di foro che condividiamo ogni dove, delle tante chat che accompagnano app e giochi, degli sms e dell’eccesso di click che ogni giorno facciamo, al di là di tutto questo il dato sconcertante è che siamo sempre più soli. In realtà la “tecnomediazione” della relazioneha intercettato una clamorosa crisi della relazione interpersonale che ha caratterizzato l’inizio del terzo millennio. L’uomo postmoderno vive il tema della tecnoliquidità: relazioni tecnomediate, light, veloci, narcisistiche, ambige e ad alto tasso emozionale. Risultato finale? Un sostanziale individualismo e tanta socializzazione virtuale.

Che cos’è e come si può individuare la dipendenza da “internet” e da “social network”?

Cantelmi: Secondo le osservazioni dell’OMS l’umanità nel prossimo decennio sarà più depressa e sempre più dipendente dai comportamenti: dal gioco, dal sesso, dalla tecnologia, dal lavoro. In questo quadro generale rifugiardi nella Rete a scopo compensatorio sembra essere un rischio fatale. In altri termini avremo niovi disadattati: i tecnofobi e i tecnodipendenti. L’uomo del III millennio dovrà saper coniugare la dimensione virtuale con quella reale. Per quanto riguarda più specificamente la dipendenza dalla tecnologia digitale, dobbiamo considerare tre condizioni: quelli che si rifugiano nel virtuale perchè incapaci di affrontare la realtà, quelli che utilizzano il virtuale per provare emozioni e quelli che utilizzano in modo compulsivo la rete perchè intrappolati dalla pornografia e dalla ricerca del sesso. In ogni caso la cartina tornasole è la povertà e la non qualità dei rapporti reali.

Il Giappone ci ha “regalato” la definizione di Hikikomori, un radicale ritrarsi dalla vita sociale, resa oggi più “facile e appetibile” grazie anche ai servizi online. E’ un fenomeno che può dilagare?

Cantelmi: in Giappone almeno un milione di adolescenti si sono rinchiusi in stanze ipertecnologiche e rifiutano di affrontare la vita. Questo fenomeno è legato ad un fattore culturale proprio del Giappone (la gestione del fallimento sociale) e dalla disponibilità di una tecnologia assai pervasiva ed evoluta. Ma forme simili di chiusura sociorelazionale, esaltate da una tecnologia formidabile, sono già nel resto del mondo.

L’accesso libero alla pornografia grazie alla rete, muta il modo con cui ci si relaziona alla sessualità? Pensiamo al recente film che raccontava la difficoltà del protagonista – avido consumatore di porno – di relazionarsi alla donna amata. Esiste anche questo aspetto nelle nuove dipendenze?

Cantelmi: La pornografia in Rete è troppa, troppo accessibile e troppo pervasiva. Inoltre i bambini e gli adolescenti subiscono una ipersessualizzazione troppo precoce. Molti studi correlano la pornografia a forme di oggettificazione del corpo e del corpo femminile in modo particolare. Se mettiamo questo fenomeno in correlazionead un altro fenomeno, quello della progressiva incapacità di elaborare i malesseri interiori, ecco il cortocircuito: scambiare la sessualità come unico modo per gestire l’intimità.

Fonte: ALETEIA (http://www.aleteia.org/it/educazione/interviste/carnali-e-virtuali-5790108561178624)

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Sempre più ‘indemoniati’ in Puglia

INCHIESTA del quotidiano online Il tacco d’Italia (www.iltaccoditalia.info) Cresce il numero di pugliesi che si rivolgono ad un sacerdote esorcista.

500mila. E’ il numero, sorprendente, di persone che ogni anno in Italia si rivolgono ad un esorcista. Per “esorcista” si intende un sacerdote che ha ricevuto l’incarico ad esorcizzare – ovvero a liberare da Satana – direttamente dal vescovo della sua diocesi. A quei 500mila che chiedono aiuto a figure “istituzionali” andrebbero quindi aggiunti tutti coloro che si rivolgono ad associazioni, gruppi di preghiera e simili che non sono riconducibili alla Chiesa e sfuggono, dunque, ai conteggi ufficiali.
E’ l’Aippc, l’associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici, a tenere sotto controllo il fenomeno, attraverso un rapporto costante e diretto con i sacerdoti stessi.
Stando ai dati diffusi dall’Aippc (presidente è Tonino Cantelmi, psichiatra), il 65% delle persone che chiedono aiuto ad esorcisti appartiene ad un livello socio-culturale medio-basso ed è originario del Sud Italia.
A Pasquale Laselva, psicologo e psicoterapeuta, presidente dell’Aippc Puglia abbiamo chiesto di illustrarci il fenomeno “ufficiale” nella nostra regione.

Dott Laselva, quanti sono i sacerdoti esorcisti in Puglia?
“In genere c’è un esorcista per ogni diocesi; queste sono le indicazioni della Conferenza episcopale. Quindi in Puglia, dove ci sono circa 19 diocesi, ci dovrebbero essere altrettanti sacerdoti esorcisti. Può accadere però che l’esorcista di una diocesi copra anche il territorio di un’altra diocesi”.

Quanto è diffuso, nella nostra regione, il ricorso a sacerdoti esorcisti?
“Non possediamo ‘numeri’ divisi per Regione ma posso affermare che negli ultimi tempi abbiamo assistito ad un consistente incremento del fenomeno; c’è stato un ritorno alla religiosità e, di conseguenza, anche una maggiore richiesta di intervento di sacerdoti. Ciò che stiamo notando è che spesso si tende a confondere una patologia psicologica e psichiatrica con una possessione diabolica. I casi di possessione reale, infatti, sono rari. Questo ci viene confermato dai sacerdoti diocesani, con i quali collaboriamo molto nella convinzione che una persona è fatta di corpo, di psiche ma anche di un aspetto spirituale. La collaborazione con i sacerdoti ci porta a capire, quando un paziente si rivolge a noi, se il suo ‘problema’ presenti elementi che non ci appartengono, di tipo soprannaturale, o se invece abbia tratti riconducibili ad esempio alla schizofrenia o ad una patologia di tipo psichiatrico. Altrettanto fanno i sacerdoti: invitano lo stesso paziente a rivolgersi anche ad uno psicologo o ad un medico psichiatra”.

Qual è il suo approccio alle tematiche che ruotano attorno alla possessione?
“E’ sempre un approccio di tipo scientifico. Tuttavia, io credo nell’esistenza del Diavolo, quindi lascio aperta anche la possibilità che ci siano casi di possessione. Credo che il Diavolo si manifesti sotto altre forme, come la smania del successo, la sete di potere. Attraverso quelle forme il Diavolo riesce ad impadronirsi dell’essere umano. Ecco perché le dicevo che i casi di possessione possono essere diagnosticati solo da un esorcista o un prete cattolico”.

Quanto assomiglia un vero caso di possessione a quello che, attraverso il cinema, è entrato nel nostro immaginario collettivo?
“Naturalmente c’è parecchia differenza. La new age e il satanismo sono le nuove forme di possessione dei giorni nostri. Come ho avuto modo di scrivere in passato, oggi la possessione si può manifestare attraverso ripugnanze verso la Chiesa o verso i luoghi sacri, verso le immagini e gli oggetti benedetti, attraverso una forma esasperata di violenza, il sentimento di odio, l’avidità verso gli alimenti, i disturbi della sessualità o nel vivere in luoghi familiari alla persona”.

Si tratta di sintomi che assomigliano a quelli tipici del tarantismo. E in una terra come il Salento, non si può non pensare al tarantismo. Quanto c’entra?
“Nel tarantismo c’è una forma quasi delirante in personalità particolari che subiscono particolari suggestioni. Lì si manifestano aspetti che possono essere accomunati a quelli propri di una possessione, ma non si tratta di vera e propria possessione nell’accezione fornita dalla religione. L’unico a potersi esprimere sulla vera possessione diabolica è il sacerdote esorcista”.

Come spiega l’aumento dei casi e del ricorso ad esorcisti?
“Credo che oggi ci sia un non senso dettato dal periodo di transizione che stiamo attraversando e che è privo di punti di riferimento e di valori certi. A causa di questo disorientamento la persona non si crea una salda visione della vita e quindi qualsiasi cosa diventa un appiglio per poter giustificare ciò che prova. E casi di depressione o di forte ansia possono essere spiegati come delle possessioni. Io credo dunque che dipenda da questa perdita di valori cui oggi assistiamo”.

Lei dunque spiega così il proliferare di associazioni che si dicono evangeliche e che organizzano corsi ed incontri per liberare dal demonio?
“In questo periodo c’è un risveglio della religiosità, quindi ci sono anche altri che cercano di sfruttare questa necessità di cercare il senso. E così succede che le menti più fragili possano cercare appiglio in associazioni che si presentano come altri rappresentanti della verità. Da un punto di vista diagnostico, noi a volte sottoponiamo ai nostri pazienti dei test specifici ma sono quelli adottati da protocollo internazionale, con validità scientifica, e nulla hanno a che vedere con quelli che circolano su internet. Tutto il resto non ha alcuna validità scientifica”.

(fonte: http://www.iltaccoditalia.info/sito/index-a.asp?id=25524)

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Presentazione indagine Moige – ITCI: “La Dieta Mediatica dei nostri figli”

Il prof. Tonino Cantelmi, professore incaricato di Psicologia dello sviluppo e dell’educazione – Lumsa, Roma, presenta l’indagine commissionata dal Moige, condotta nelle scuole elementari, medie e superiori, durante la tavola rotonda del 3 dicembre 2013, presso la Sala delle Colonne della Camera dei Deputati, moderata da Sarah Varetto, Direttore SKYTG24.
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Incontro: L’anziano nella società post-moderna

Sono oltre 11 milioni gli anziani nel nostro Paese. La crisi li sta impaurendo, la società odierna sembra li abbia dimenticati, incurante del loro valore. L’incontro “L’anziano nella società post-moderna” vuole essere un momento di riflessione e condivisione per richiamare ognuno di noi a riappropriarci benevolmente di una naturale fase della vita che può divenire un’eccezionale risorsa per le nuove generazioni.
DATA: 29 Novembre 2013, ore 18:00
LUOGO: Parrocchia Santa Maria Ausiliatrice, P.zza S. Maria Ausiliatrice, 54 – Roma

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Psichiatri e pedofilia

L’Associazione Psichiatri Americani (APA) declassa la pedofilia a “orientamento”. Cantelmi: errore gravissimo frutto di pressioni ideologiche

Un errore gravissimo, frutto di pressioni ideologiche: è il commento del prof. Tonino Cantelmi, presidente dell’Associazione Italiana Psichiatri e psicologi cattolici, sulla decisione dell’Apa, l’Associazione degli psichiatri americani che ha declassato, nell’ultima pubblicazione del manuale di riferimento (Statistical Manual of Mental Disorders), la pedofilia da “disordine” a “orientamento”. Dopo le accuse di aver normalizzato tale patologia, i medici americani rettificheranno il testo con la doppia dicitura: “Pedofilia” e “Disordine pedofiliaco”. Massimiliano Menichetti ha fatto il punto con lo stesso Tonino Cantelmi:

R. – In generale questa quinta edizione del manuale degli psichiatri americani cede purtroppo a moltissime pressioni sociali, che non riguardano solo la pedofilia, ma tanti altri ambiti. Nel complesso siamo in un momento molto difficile. Sulla pedofilia c’è da ribadire una cosa importante, cioè che è necessario mantenerla all’interno delle inaccettabili perversioni: qualunque sfumatura è confusiva e quindi temo moltissimo anche questa precisazione dell’Apa.
D. – Che cos’è dunque la pedofilia?
R. – La pedofilia è un’attrazione sessuale per bambini e bambine prepuberi. Oggi facciamo questa diagnosi anche soltanto se ci sono queste fantasie, anche se non c’è l’atto e se queste fantasie durano più di sei mesi. Credo, quindi, che il tentativo degli psichiatri americani sia quello di distinguere alcune forme, ma questa distinzione, secondo me, è molto confusiva.
D. – Comunque, la parola “orientamento” è affiancata a pedofilia; prima era identificata come “disordine mentale”, prima ancora – 50 anni fa – come “malattia”…
R. – Sta succedendo che, da un lato, c’è l’esigenza a diversificare e comprendere e, dall’altro, però, ci sono anche delle subdole pressioni, che in qualche modo hanno a che fare con una terribile deriva dei nostri tempi.
D. – In che senso professore?
R. – Stiamo andando verso una forma di anarchia circa la sessualità. In qualche modo, non riusciamo più a fare delle valutazioni con delle priorità, collegate alla sessualità e alla relazione. Dal mio punto di vista, accostare orientamento sessuale e pedofilia è un gravissimo errore in tutti i sensi. La pedofilia appunto è un’attrazione sessuale per bambini e bambine prepuberi, prima ancora che ci sia uno sviluppo dei caratteri sessuali. E’ un qualcosa, dunque, che viene prima, è un qualcosa di sicuramente perverso.
D. – L’Onu, da anni, ha accettato la teoria del gender, ovvero che non esistono nette distinzioni tra uomo e donna; poi, pedofilia, orientamenti sessuali. Mi riferisco anche alle recenti linee guida dell’Oms, che presentano delle criticità come il fatto che si parli di bambini da 0 a 15 anni, favorendo la masturbazione, i rapporti precoci anche tra lo stesso sesso, ecc…
R. – Si sta andando verso forme di ideologia e non verso forme di educazione basata su evidenze scientifiche. In più, c’è da dire che al di là della differenza tra il maschile e il femminile, queste fasi di sviluppo della sessualità sono state stabilite in modo ideologico, a tavolino, come se volessimo costruire una generazione di persone che dimentica completamente una dimensione antropologica sana e ricostituiva come quella della sessualità, che si sviluppa all’interno di una relazione sostanzialmente valida.
D. – Ma, quindi, si sta “passo passo” sovvertendo un ordine o quello a cui stiamo assistendo è il frutto di un caos?
R. – Qualcuno molti anni fa ha detto che arriverà il momento in cui “negheranno l’evidenza”. Ecco, questo è il momento in cui accade, in cui la ragione si piega ad altro. Sulla sessualità direi che stia avvenendo in maniera formidabile. Di sicuro c’è che le modalità con le quali si sta esplicando la dimensione sessuale oggi, nei vari ambiti educativi, sono modalità generate da ideologie, che non hanno nulla a che vedere né con la scienza né con la natura.

(Fonte: Radio Vaticana del 2013-11-08)

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Sente una voce da oltre 40 anni ma non è malato

Roma, 18 set. (Adnkronos Salute) – ‘Tradito’ dalla voce che accompagnava in segreto le sue giornate da più di quarant’anni. A raccontare all’Adnkronos Salute la singolare storia di Guido (nome di fantasia), un uomo di circa 50 anni che sente una voce femminile “dolce e consolatoria” parlargli da quando ne aveva 7-8, è lo psichiatra Tonino Cantelmi, professore di psicologia dello sviluppo alla Lumsa.

 “Il suo caso mi ha ricordato quello di un altro paziente, un docente di biologia, che sentiva due voci pur in assenza di altri disturbi psichici. Anche nel caso di Guido i controlli hanno dato esito negativo”. “Ecco perché – dice l’esperto – sono convinto che esista un popolo di uditori di voci, persone che si nascondono perché hanno imparato che gli altri sono sconcertati da questa loro peculiarità, anche se visite ed esami certificano l’assenza di schizofrenia o altri disturbi psichici”.

Per Cantelmi “sentire le voci e dunque avere delle allucinazioni uditive non è sempre o necessariamente un sintomo di psicosi o di schizofrenia che possono essere affrontate con la psicoterapia. Prova ne è il caso di Guido, che non presenta alcun particolare disturbo, a parte la voce nella sua testa”. A far uscire l’uomo allo scoperto, qualche tempo fa, il fatto di essersi sentito tradito dalla voce. “Due settimane prima di contattarmi, questo soggetto era andato in pizzeria con la moglie, il fratello e la cognata. Qui, nel corso di una discussione per spiegare il suo recente nervosismo, Guido è scoppiato in lacrime rivelando ai familiari sconcertati di essere crollato perché negli ultimi tempi la voce, che sentiva fin da piccolo, lo aveva tradito. In pratica, gli aveva promesso un successo straordinario sul lavoro, che invece non si era mai avverato. La sua fiducia nella voce, che fin da bambino lo accompagnava, lo rincuorava in vista di prove ed esami e lo consolava, preconizzando successi e fortune, si era sgretolata”.

Dopo un breve passaggio da un sacerdote, l’approdo di Guido dallo psichiatra. “Ma la visita non è stata risolutiva: a parte la voce, l’uomo non presenta nessun particolare disturbo. Questo mi ha portato a esaminare la cosa da un nuovo punto di vista: esiste un piccolo popolo di uditori di voci, nascosto e silenzioso, anche in Italia. Ho fatto delle ricerche e ho visto che all’estero esistono già associazioni di uditori di voci non patologici che reclamano riconoscimento e dignità. Sono convinto che queste persone nella storia umana ci siano sempre state”, dice Cantelmi. E solo in alcuni casi sarebbero uscite allo scoperto.

“Queste persone hanno imparato a nascondere il loro segreto, per non sconcertare gli altri o essere prese per pazze. In assenza di patologie sono convinto che le voci possano essere una forma di spiritualità interiore – prosegue lo psichiatra – ‘spia’ di un meccanismo di funzionamento del cervello incredibile e ancora sconosciuto. Probabilmente – ribadisce – queste voci hanno accompagnato imprese straordinarie, come quella di Giovanna d’Arco. Insomma, occorre studiare meglio le allucinazioni uditive, perché non è detto che siano patologiche. E proprio per questo nel 2014 voglio organizzare un evento per dar voce e restituire orgoglio a chi sente le voci. Sto seguendo alcuni pazienti di questo tipo e attraverso altri colleghi sto cercando di entrare in contatto con queste persone. Sono convinto che le voci nella testa non siano sovrannaturali, ma una spia di una spiritualità profondissima dell’individuo”, conclude.

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Congresso AIPPC e Convegno a Roma: Psiconeuroncologia – Corso ECM

L’ Area di Supporto alla Persona Istituto Nazionale Tumori Regina Elena (IFO Roma), ha organizzato il 23 settembre 2013 il Convegno “Psiconeuroncologia” –  Corso ECM 4,5. Responsabile dell’Area e Presidente del Coordinamento Scientifico del Convegno è il Prof. Tonino Cantelmi. Gli argomenti trattati: l’epilessia tumorale – qualità di vita e trattamenti terapeutici; la depressione e la malattia oncologica e la Mindfulness in Oncologia. Nel corso del Convegno sarà presentato il progetto: il Social Dreaming in Oncologia. Nella sessione pomeridiana si svolgerà il VII Congresso Nazionale dell’associazione AIPPC. La partecipazione è gratuita previa iscrizione.

14.30 – 15.30: Sessione riservata ai delegati Regionali dell’AIPPC

Il corso attribuisce 4,5 crediti ECM per le seguenti professioni: Medico Chirurgo (tutte le discipline) Psicologo Infermiere Assistente Sanitario Educatore Professionale Tecnico della Riabilitazione Psichiatrica Tecnico di Neurofisiopatologia Terapista Occupazionale

Info & modalità di iscrizione

La partecipazione al Convegno è gratuita previa iscrizione

L’iscrizione si può effettuare online alla pagina

http://www.toninocantelmi.it/index.php/convegni/psiconeuroncologia-corso-ecm#iscrizione

ISCRITIVI ONLINE

Segreteria organizzativa:

Sig.ra Maria Maiorano – Area di Supporto alla Persona.
Dr.ssa Giorgia Vinci – ITCI Roma – [email protected]
Tel/Fax: 0644247115 – 3314634451


Sede del Convegno:  Centro Congressi IFO –  Via Fermo Ognibene 23 –  Roma
Come raggiungere la sede del convegno


PROGRAMMA IN PDF


Coordinamento Scientifico:

Prof. Tonino Cantelmi: Responsabile Area di Supporto alla Persona, Istituto Nazionale Tumori Regina Elena e Istituto Dermatologico San Gallicano –  IFO
Dr.ssa Marta Maschio: Area di Supporto alla Persona, Responsabile Centro per la Cura dell’Epilessia Tumorale, Istituto Nazionale Tumori Regina Elena e Istituto Dermatologico San Gallicano –  IFO

Il convegno è svolto con la collaborazione di:

Con il patrocinio di:

Sezione Lazio

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La confessione è un sacramento, non è una psicoterapia.

Mi incuriosisce il ritorno a quello che fu uno dei principali motivi che portarono in conflitto la Psicologia con la Teologia. La psicoterapia, la “cura dell’anima”, nuovamente ricercata nella figura del confessore. In un articolo de Il Secolo XIX di Savona si legge: “Cresce il numero delle confessioni nel savonese, ma, invece che sull’inginocchiatoio, il fedele pensa di essere sul lettino dello psichiatra. A dirlo sono gli stessi sacerdoti delle parrocchie diocesane che, più dell’assoluzione, sono chiamati a dare un sostegno umano, a prestare un orecchio all’ascolto del fedele che si sente sempre più solo e bisognoso di parlare. Ma sono gli stessi parroci a lanciare un appello: «Attenzione, la confessione è un sacramento e non va confuso con il colloquio col sacerdote». Intanto, però, i savonesi, dopo una lunga crisi in cui i confessionali erano vuoti, tornano a cercare nelle chiese i preti con un aumento del 15, anche del 20% nell’ultimo anno, mentre crescono in modo esponenziale, addirittura del 40/50%, i savonesi che partono per confessarsi nei santuari mariani più celebri. Le cause di questo vero e proprio boom sono tante, ma quanto ci sia di realmente spirituale è tutto da capire. «Capita spesso che qui arrivino pellegrinaggi venuti appositamente per la confessione – spiega don Domenico Venturetti, rettore del Santuario mariano di Savona, dedicato a N.S. di Misericordia- prima di celebrare il sacramento cerco di spiegare alla persona che la confessione è una cosa ben precisa, dove si rimettono i propri peccati con la volontà di cambiare, di dare una svolta alla propria vita. Nella maggior parte dei casi, però, non vengo nemmeno ascoltato e la persona mi inizia a parlare dei propri problemi». Nessun cenno all’assunzione di responsabilità manifestando il desiderio di cambiare rotta. «Le persone -dice don Venturetti- non si sentono più in colpa. Sono abituate a scaricare le responsabilità sugli altri, per cui la confessione si risolve nello snocciolare le proprie angosce, i pensieri opprimenti, anche la rabbia verso chi si ritiene responsabile del proprio stato, mogli, genitori, datori di lavoro. Manca del tutto il lavoro su se stessi e, quindi, anche il desiderio di redenzione». I confessionali, quindi, tornano a essere popolati, ma si trasformano in surrogati degli psicologi i cui studi, per la crisi e per le alte tariffe, al contrario si svuotano. Non si parla più di colpe, tradimenti, mancanze di qualunque tipo. «Un errore nostro – dice don Venturetti – potrebbe essere stato quello di praticare il sacramento non più nel confessionale, ma nei diversi luoghi della chiesa: in sacrestia, sulle panche, sulle seggiole. Forse la posizione genuflessa e il non vedere in viso il sacerdote incrementavano il senso di una confessione rivolta a Dio. Ma, certo, la nuova tendenza non può essere imputata solo a questo fatto». A ribadirlo è anche don Agostino Paganessi, oggi parroco di Luceto, per anni ai Salesiani di Savona. «I savonesi che si vengono a confessare sono aumentati moltissimo – dice – ma si tratta più che altro della ricerca di un ascolto. Nella maggior parte dei casi emerge una crisi personale, uno smarrimento e la disperata ricerca di un punto di riferimento. Ma non sono vere confessioni». E la conclusione. «È inutile esagerare se manca la voglia di voltare pagina – conclude- bisogna tenere a mente una cosa: Sant’Agostino non si è mai confessato».” (S. Campese in Il Secolo XIX – Savona 30.05.2013)

Giovanni Paolo II, nel 2001, era stato chiaro. Nel discorso ai Membri della Sacra Penitenzieria Apostolica del 31 marzo affermava: ”Il grande afflusso dei fedeli alla Confessione durante il Giubileo ha mostrato come tale tema sia sempre attuale[…]“. La stessa formula dell’ assoluzione sacramentale con le parole “Dio… ti conceda il perdono e la pace” dimostra che “il penitente aspira alla pace interiore, e legittimamente desidera anche quella psicologica”. Tuttavia, continua il Papa, “non bisogna confondere il sacramento della riconciliazione con una tecnica psicoterapeutica. Pratiche psicologiche non possono surrogare il sacramento della penitenza, nè tanto meno essere imposte in suo luogo”.

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Prof. Cantelmi: “Ma quel disagio non ha trovato cure”

Tonino Cantelmi, rassegna stampaFonte: Avvenire del 17/07/2013. Coi servizi sociali e di salute mentale senza risorse  “non ci sono né le professionalità né le strutture per farsi carico delle persone più fragili”, denuncia Tonino Cantelmi intervistato da Avvenire sul caso drammatico caso di cronaca di Brescia. Dietro il reato, alle radici del reato quasi sempre c’è un disagio psichico che necessita d’essere colto,  affrontato, curato. C’è una crisi più profonda di quella che prosciuga le casse dello Stato, mette in ginocchio le aziende, mortifica le famiglie. C’è una crisi di “relazione”, che divora i legami interpersonali, rendendoci incapaci di affrontare i conflitti. E nessuno ci aiuta: “ Le tragedie coniugali si consumano nell’ indifferenza più totale, che è una mancanza di solidarietà da un lato e mancanza di interventi istituzionali dall’altro”. Un deserto di solitudine per cui secondo lo psichiatra Tonino Cantelmi, docente di Psicopatologia all’ Università Gregoriana di Roma, servono con urgenza cure. Anche nel caso di Brescia, se le ipotesi investigative verranno confermate, si parla già di una tragedia annunciata. Ma è mai davvero prevedibile che all’improvviso un padre decida di fare del male ai propri figli? Il problema è che la parola “improvviso” non esiste in questi casi. Questi gesti non sono mai improvvisi, tant’è vero che -se i dubbi degli inquirenti saranno confermati- la moglie di quest’uomo lo aveva denunciato da tempo, aveva chiesto l’intervento delle istituzioni. Le tragedie familiari non sono mai originate da raptus di follia, ma da una catena di eventi che la comunità, attraverso le proprie strutture, doveva essere in grado di intercettare. Succede sempre più raramente….. Da un lato perché stiamo assistendo a un momento di crisi profondissima nelle relazioni interpersonali, e coi legami sempre più ” liquidi” a venire meno per prima è la solidarietà. Dall’altro perché a fronte della mancanza di solidarietà sociale sono venuti meno  – e ormai in maniera conclamata-  sia l’intervento dei servizi di salute mentale sia quello dei servizi sociali, su cui i tagli economici degli  ultimi anni sono caduti come mannaie. Risultato? Non ci sono le risorse, le professionalità, le strutture, i protocolli adeguati per farsi carico di persone con disagio psichico. Ed è evidente che sempre più separazioni assistono al disagio profondo di chi le vive. Si sente parlare spesso di stalking, come se il problema dei conflitti tra coniugi e amanti andasse affrontato soltanto dal punto di vista giuridico. Il nostro sistema, peraltro, lo fa con uno strumento assolutamente moderno ora: dal punto di vista della repressione questi reati sono puniti nella maniera adeguata. Il problema però resta. Certo, perché è come se, stabilito che si tratta di un reato, fosse esaurito il carico di responsabilità delle istituzioni su quel conflitto. Non è cosi. Dietro il reato, alle radici del reato quasi sempre c’è un disagio psichico che necessita d’essere colto,  affrontato, curato. A volte incontriamo veri e propri casi patologici, che necessitano di ricovero.  Altre volte basta la terapia, la mediazione. In ogni caso una forma di supporto psicologico è necessaria: senza, quella conflittualità, incapace di essere gestita, finirà per essere agita e sfociare nella violenza. Nel caso di Brescia la più terribile delle violenze, quella che nel delirio di annullamento di un uomo ha visto come vittime anche i suoi figli.

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Corso sulla Conoscenza di sé ISSR Regina Apostolorum, Roma


Domine Iesu, Noverim me, noverim Te ( “Fa, Signore che io conosca Te, e ch’io conosca me”) così esclamava Sant’Agostino, cogliendo splendidamente l’intima connessione tra conoscenza di Dio e conoscenza di sè Il corso “La conoscenza di sé”, organizzato dall’Istituto Superiore di Scienze Religiose, muovendosi sulla scia di questa espressione del Santo di Ippona, vuole essere un’ opportunità di riflessione intorno al complesso ma affascinante universo della persona umana.
Un itinerario di conoscenza teorico- pratica, di approfondimento e condivisione sulle molteplici possibilità, risorse e implicazioni che una corretta ed integrale esplorazione di sé può consentire.
Il corso – indirizzato preminentemente ai consacrati – può diventare, quindi, uno strumento utile per chiunque, orientato ad una ricerca che sappia coniugare i diversi ordini (antropologico, psicologico, spirituale e naturalmente teologico) che un processo di autoconoscenza e di rapporto con Dio comporta in vista di quella missione – comune ad ognuno – di assistenza umana e spirituale alle persone del nostro tempo.
Docenti:
P. Marcelo Bravo Pereira, LC, Dottore in Teologia, Direttore dell’ISSR- Regina Apostolorum
Prof. Germán Sánchez, Specialista in Vita consacrata
Prof. Pasquale Laselva, Psicoteraputa
Prof.ssa Laura Salvo, Psicoterapeuta
Prof.ssa Michela Pensavalli, Psicoterapeuta
Informazioni:
Orario: dalle ore 9’30 alle 19’00 (il calendario delle singole giornate verrà distribuito nella prima giornata)
Costo del corso: 320,00 euro (27 ore complessive; materiale didattico)
Possibilità di traduzione simultanea in lingua inglese qualora si raggiungesse un numero congruo di partecipanti (confermare prima del 30 maggio).
Possibilità di partecipare quotidianamente alla Celebrazione Eucaristica (ore 13’00).
Disponibilità di sacerdoti per la confessione e l’attenzione spirituale.
Disponibilità – a partire dal pomeriggio di martedì 2 luglio – di psicologi per colloqui personali.
Alla fine del corso verrà rilasciato un attestato di partecipazione

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Legge e gioco d’azzardo patologico: il parere del prof. Cantelmi

Fonte Agenzia Sir del 17/06/2013 – L’ agenzia Sir ha chiesto al prof. Cantelmi di esprimere un parere circa  la proposta di legge “Disposizioni per la prevenzione e il trattamento del gioco d’azzardo patologico”, presentata da 15 consiglieri della regione Lazio appartenenti ai gruppi di maggioranza e opposizione. Secondo Cantelmi, la proposta “andrebbe implementata con l’adozione di tre tavoli di lavoro coordinati che coinvolgano tutti i soggetti interessati, sanitari e sociali, privati e pubblici: uno sul problema sanitario, uno su quello educativo e uno sulle modalità dell’offerta di gioco.

Prevenire e contrastare la diffusa dipendenza da gioco d’azzardo. È la finalità della proposta di legge “Disposizioni per la prevenzione e il trattamento del gioco d’azzardo patologico”, presentata da 15 consiglieri della regione Lazio appartenenti ai gruppi di maggioranza e opposizione.

Una proposta ampia. Il testo di legge prevede che le sale da gioco non possono essere ubicate entro un raggio di trecento metri da istituti scolastici, centri giovanili, strutture residenziali o semiresidenziali operanti in ambito sanitario o socio-assistenziale; fissa il divieto di pubblicizzare l’apertura o l’esercizio delle sale da gioco; determina l’obbligo per i gestori di esporre all’ingresso delle sale il materiale informativo predisposto dalle Aziende sanitarie, con il quale si spiegano i rischi correlati al gioco; contempla la realizzazione di corsi di formazione per il personale delle sale con l’obiettivo di prevenire gli eccessi di gioco e individuare le situazioni di rischio; istituisce campagne d’informazione e sensibilizzazione, anche tramite l’istituzione di un numero verde; contempla la promozione e il sostegno di attività condotte da associazioni e organizzazioni di volontariato impegnate a contrastare il fenomeno.

Attenti a demonizzare. “Questa proposta di legge ha un merito: evidenzia il problema”, ma è anche “un cumulo di buone intenzioni, per lo più scontate e vaghe, e una mescolanza disorganica d’interventi terapeutici, con qualche tentativo di prevenzione”. Questa è l’opinione di Tonino Cantelmi, membro dell’Associazione medici cattolici e presidente dell’Associazione psicologi e psichiatri italiani. Secondo Cantelmi, la proposta “andrebbe implementata con l’adozione di tre tavoli di lavoro coordinati che coinvolgano tutti i soggetti interessati, sanitari e sociali, privati e pubblici: uno sul problema sanitario, uno su quello educativo e uno sulle modalità dell’offerta di gioco”. Cantelmi spiega che “il gioco non è di per sé patologico e non va demonizzato”, infatti “i giocatori patologici sono il 3% della popolazione e per questi occorre creare una complessa rete territoriale che intervenga su più livelli”, accanto a questo occorre anche “educare al gioco i giovanissimi attraverso una forma di peer education, che sembra essere la risposta più importante per la prevenzione”. Per quanto riguarda i gestori, “piuttosto che vietare e reprimere, occorrerebbe premiare coloro che adottano sistemi per individuare i giocatori patologici e partecipano a iniziative di promozione del gioco sano”. “Quindi, grande plauso all’iniziativa – dice Cantelmi – purché si proceda su una strada che preveda dialogo con tutti i soggetti”.

Servono fondi. “È apprezzabile la seppur tardiva volontà di rimediare ai danni provocati dal gioco d’azzardo per colpa dell’assurda politica statale di liberalizzazioni, davvero bipartisan, invalsa dal 2003 fino ai nostri giorni”, sostieneDaniele Poto, ricercatore per Libera e giornalista, riguardo all’iniziativa. Ma “le proposte di legge regionali (Lazio, Lombardia ed Emilia) si succedono con non trascendentali possibilità di arrivare in porto secondo un lineare disegno legislativo”. Per Poto “il punto di partenza è il manchevole decreto della legge Balduzzi e il punto da riaffermare con estrema urgenza è il finanziamento del gioco azzardo patologico”: infatti “l’inserimento nei livelli essenziali di assistenza nelle Asl non ha valore se non viene finanziato, se non si prevede una devoluzione percentuale della movimentazione globale del gioco d’azzardo (88 miliardi nel 2012) ai fini della cura e del recupero dei giocatori compulsivi che secondo la stima del Cnr è di 800mila unità”. “Questa – secondo Poto – è l’inderogabile priorità con cui fare i conti, prima di tutte le norme sul contenimento della pubblicità e sul varo di strutture di controllo del fenomeno”.

A cura di Costantino Coros

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Questioni interne: TRE NO AL REFERENDUM

Vorrei porre all’attenzione dei Colleghi psicologi alcune osservazioni sul referendum che l’Ordine Nazionale ci sta sottoponendo circa la modifica dei tre Articoli (1, 5 e 21) del nostro codice deontologico. Sarò essenziale nell’esposizione, perciò chiunque vorrà esprimere la sua opinione sarò felice di ascoltarlo.
Circa l’Art. 1, ci chiedono di equiparare le conseguenze disciplinari della prestazione psicoterapeutica erogata vis-à-vis con quella via Internet. Ma dimenticano che la relazione on-line non ha i requisiti per essere psicoterapia.
Pertanto la mia proposta è quella di segnare NO alla modifica dell’Art.1.
Art. 5, ci obbligano – quasi fossimo degli irresponsabili – a fare formazione continuata. Ma sappiamo bene che ogni ottimo psicologo sente lui stesso la necessità di aggiornamento e ricerca; e poi è risaputo che spesso di questi corsi obbligatori la maggior parte hanno ben poco di formazione.
Pertanto la mia proposta è quella di segnare NO alla modifica dell’Art. 5.
Art. 21, ci voglio far credere che il problema siano i cousellor o l’Antitrust, ma con la proposta di modifica finiremo per ghettizzarci limitando enormemente il potenziale sviluppo della nostra professione. È chiaro che portare a conoscenza una “tecnica” non implica necessariamente che il destinatario si possa arrogare il titolo di psicologo o psicoterapeuta. Inoltre, la modifica dell’Art. 21 comporterà una serie di rogne all’immagine della professione psicologica.
Se verrà modifica l’Art. 21 rischiamo di buttarci la zappa sui piedi. Pertanto la mia proposta è quella di segnare NO alla modifica dell’Art.21.
Un’ultima considerazione: non è previsto un quorum referendario; ciò significa che se un solo psicologo vota, il risultato sarà valido. E’ questa la regola da modificare.

Pasquale Laselva
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